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Formare i docenti per operare in contesti difficili e violenti

 

Intervento per quarta azione di interscambio tra Europa ed America Latina – Argentina 16-22 ottobre 2007
“La formación docente para la cohesión social: aportes al trabajo en contextos de violencia.”

Il principale ‘strumento’ per la formazione dei giovani sono quegli speciali adulti – docenti, educatori, formatori – che sono scelti dalla società per affiancarli nei processi di crescita. I giovani dovrebbero innanzi tutto imparare ad usare questo strumento, ossia ad appoggiarsi a questi adulti per crescere assorbendo da loro sicurezze, certezze, conoscenze.
I giovani che vivono in contesti violenti e che non sono riusciti ad elaborare la propria naturale interiore violenza e anzi hanno assunto la violenza stessa come principale o unica modalità comunicativa vedono tutti gli adulti e principalmente gli educatori che cercano di influenzarli e guidarli, come potenziali nemici, come individui che cercano di abbassare le loro difese per indefiniti scopi aggressivi, quindi adottano un atteggiamento di sistematica aggressione e violenza proprio nei confronti di coloro che vorrebbero aiutarli ad elaborare il proprio dolore e la propria violenza. In altre parole come ogni animale braccato e chiuso nell’angolo, mordono anche la mano che vorrebbe nutrirli.
Siamo quindi in un vicolo cieco: la violenza costituisce una barriera insormontabile per una educazione non violenta; non è possibile dialogare con la persona che sta prigioniera dall’altra parte della linea dell’aggressione (persona cattiva, ossia prigioniera “captivus” in latino, di se stessa e di emozioni devastanti)
La violenza è la risposta non evoluta a situazioni di pericolo estremo, di timore panico per la propria vita o per la propria integrità, nasce dalla paura, dall’isolamento, dalla povertà di difese reali, dalla povertà delle relazioni di cura e dei legami sociali. Ciò che è necessario per disinnescare la macchina della violenza è poter ricostruire quelle modalità di relazione che rendono possibile elaborare la propria paura e rendono possibile usare il pensiero per risposte articolate. Qualsiasi tentativo di risposta frontale, di avvicinamento diretto provoca risposte aggressive, occorre quindi spesso “buscar el Oriente por el Occidente” cioè cercare delle strategie che consentono in qualche modo di aggirare difese così solide.
Bisogna dare fiducia per avere fiducia, occorre lanciare segnali rassicuranti che dicono ai giovani che possono fidarsi, che esistono delle difese condivise che gli consentono di uscire dall’angolo. E’ necessario costruire uno speciale ambiente di apprendimento in cui attraverso segnali non verbali, attraverso una attenta gestione delle emozioni, delle ansie, delle paure sia possibile offrire ai giovani l’idea di adulti non aggressivi ma collaborativi.
Gli educatori quindi devono lavorare molto su se stessi e sulle proprie emozioni per non apparire agli occhi dei giovani, una variante travestita dell’”Aggressore” che domina i loro pensieri. E’ facile a dirsi, ma in realtà l’educatore deve fare i conti con la sua propria violenza e con la naturale tendenza a rispondere con violenza a violenza. Non parliamo necessariamente di violenza fisica, spesso fa molto più male una parola sbagliata o uno sguardo malevolo.
Dunque il primo problema formativo è una formazione dei docenti che non consiste nell’imparare qualcosa, ma consiste nel cambiare qualcosa di sé, così come un palombaro o un alpinista non può limitarsi a studiare i problemi ma deve trasformare qualcosa del proprio corpo e delle proprie emozioni per affrontare un compito nuovo e difficile.
L’educazione tuttavia non è un processo individuale, è un processo sociale, non basta quindi che il singolo si ponga in modo accogliente di fronte ai giovani che apprendono, ma è necessario che tutto il gruppo umano che si occupa della formazione dei giovani sviluppi una propria coesione e una propria capacità gruppale di contenimento: il gruppo degli educatori deve far percepire ai giovani di essere un gruppo sufficientemente forte da contenere le sue ansie e la sua distruttività. Di conseguenza l’educatore non deve solo lavorare sulle proprie emozioni ma deve lavorare a bonificare il campo emozionale socialmente stabilito da emozioni che ostacolano o impediscono un processo di dialogo. Occorre in un certo senso una continua attività sociale di pacificazione perché un ambiente umano diventi ambiente di apprendimento e non campo di battaglia, luogo per competizioni ed aggressioni: anche tra adulti. Diciamo che questo processo è istitutivo della “comunità educante”.
E non basta. L’educazione avviene in contesti organizzati come quello delle istituzioni educative, ma molto di più si realizza in modo informale e spontaneo in ambienti che non sono organizzati in funzione educativa. La vita sociale che forse un tempo sviluppava atteggiamenti di aiuto e sostegno ai giovani, nelle realtà violente, emarginate o degradate, invece di sostenere il giovane lo aggredisce e lo sospinge sistematicamente verso risposte violente. Nessun patto educativo nella scuola o nei centri educativi, può resistere all’offensiva di un patto violento che regola i rapporti nelle comunità di vita, a meno di non svolgere l’educazione in campus che rompano ogni relazione con le comunità di vita.

E’ necessario quindi che oltre al patto educativo con il singolo giovane esista in patto collettivo, un patto di comunità, un impegno per lo sviluppo umano del territorio che veda coinvolte figure ed istituzioni significative di un territorio, e veda i giovani stessi presenti nel territorio come agenti pacificatori, ed agenti dello sviluppo.

I docenti quindi non possono limitarsi a lavorare nelle mura ma devono necessariamente investire, con i propri mezzi educativi e con le metodologie proprie dell’educazione (che sono diverse dalle metodologie politiche o amministrative, diverse dai modi di intervento dei servizi sociali o sanitari) l’ambiente di vita con presìdi educativi territoriali che aiutano a sviluppare un processo educativo sociale di cui i giovani sono una parte importante.

I compiti formativi per i docenti vengono quindi estesi prima al gruppo di lavoro interno alle mura scolastiche e poi al gruppo di lavoro territoriale in cui interagiscono altri educatori appartenenti ai contesti formali e soprattutto altri ‘educatori’ informali che hanno grande influenza nei processi evolutivi delle comunità. Insomma insieme alla formazione strettamente professionale diventa necessaria una formazione etno-antroplogica che vada a saldarsi con i processi di evoluzione sociale.

Questo nel nostro gergo viene chiamato “auto-formazione professionale gruppale, situata ed assistita” ossia un processo di formazione che non viene a monte del processo lavorativo ed educativo, ma è parte integrante di esso e si realizza in situazione piuttosto che fuori del contesto come la prima formazione di tipo accademico; che si realizza con il gruppo e non solo individualmente.

La formazione situata si configura, noi diciamo, come una continua ‘manutenzione della risorsa umana” ossia una attività finalizzata al benessere professionale di tutti gli educatori in modo tale che essi possano proporsi credibilmente come spalla forte della crescita educativa dei giovani. L’assetto istituzionale della formazione non è quindi quello di un processo separato e discontinuo, ma quello di un processo continuo che si svolge in situazione ed è parte integrante del processo educativo: “la comunità professionale di apprendimento” è una speciale comunità di pratica che fa dell’apprendimento continuo in situazione il suo motivo d’essere ed insieme utilizza il proprio essere comunità per affascinare, aggregare, trasformare la comunità dei giovani in formazione, la comunità degli adulti del territorio che devono fare da contenitore sociale all’azione educativa.

 
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