Ci sono istituzioni che da secoli svolgono un ruolo educativo secondo metodologie ed organizzazioni diverse dalla scuola. Si tratta di strutture di accoglienza rivolte a giovani senza famiglia o giovani provenienti da contesti estremamente degradati. Ufficialmente queste istituzioni sono in via di abolizione sostituite da ‘case famiglia’ o altre istituzioni che apparentemente non hanno l’aspetto di istituzioni totali – come un tempo sono state designate le istituzioni di questo tipo. In forme diverse però la presenza di strutture in cui sono raccolti una molteplicità di giovani non vincolati da relazioni di parentela torna a svilupparsi in presenza di fenomeni sociali nuovi quali ad esempio la presenza di ‘minori stranieri non accompagnati’ nel territorio nazionale. Gli educatori impegnati in queste istituzioni sono forse quelli che in modo più diretto sperimentano le relazioni tra cura, educazione, istruzione e formazione. Le attività socio-educative che ormai vengono proposte sistematicamente dalle scuole come necessario complemento ali compiti di istruzione strettamente detti possono trarre dalle esperienze di questi operatori spunti importanti per definire i compiti socio-educativi e per poterli integrare in un processo più c generale di crescita personale dei giovani.
(introduzione alla discussione in un gruppo di educatori delle strutture di prima accoglienza della regione Emilia e Romagna)
Crescere significa apprendere, apprendere significa cambiare il proprio stato. Una comunità è un luogo di crescita ed un luogo di apprendimento, e dobbiamo imparare a riconoscere la specificità dell’apprendimento di cui siamo protagonisti. L’apprendimento che si realizza in una comunità è un apprendimento situato, ossia calato in una situazione, che è diversa e specifica rispetto ad altre forme di apprendimento e rispetto ad altri ambienti di apprendimento.
Istruzione, formazione professionale, educazione si distinguono per l’organizzazione del lavoro di apprendimento e per le figure di riferimento. Nell’istruzione sono coinvolti i concetti, nella formazione e competenze, nell’educazione le condotte di vita. Nella scuola Chance diciamo che deve essere presente anche la dimensione della cura, che la nostra scuola deve essere anche un po’ comunità, ma nel vostro caso voi siete comunità e la dimensione della cura è quindi statutaria.
E’ importante rendersi conto dell’importanza della cura nei processi di apprendimento in quanto la cura dà a ciascuno il senso della propria unicità, che è anche il senso della propria vita, il senso e la significatività dell’apprendimento. Niente di quello che fate è significativo in senso oggettivo tutto diventa significativo in senso relazionale: le cose sono importanti per il significato che assumono ed il significato dipende dalla relazione che ho con altri uomini. Un tramonto non è bello in sé ma se lo associo ad uno stato contemplativo magari in compagnia di una persona cara; diventa brutto se lo associo al tramonto di una vita, alla morte di una persona cara.
Questo è un problema per istituzioni che devono essere al tempo stesso accoglienti e regolative. Perché la regola sembra essere tale se è impersonale, se è oggettiva, l’accoglienza è tale se è personale ed unica.
Noi dobbiamo trasmettere a ciascuno il senso della sua unicità e questo è possibile farlo in un contesto sociale se solo riflettiamo al fatto che l’unicità è la massima espressione della relazionalità: divento unico se sono circondato da una serie di relazioni che mi restituiscono il significato positivo del mio esistere. E’ possibile quindi costruire una gruppalità che non neghi o opprima l’individuo ma che lo aiuti e lo sostenga, che rappresenta in certo senso l’estensione del suo corpo e del suo pensiero. La cura del gruppo dovrebbe essere quindi lo strumento principale del nostro lavoro, il principio motore perché una comunità possa dirsi tale ed agire come tale.
Il gruppo è il principale luogo in cui si realizzano le relazioni e prima ancora di definire cosa è un gruppo parliamo dello stato della relazione e del gruppo distinguendo tre fasi:
Lo stato dell’attacco e fuga. Nella relazione il primo contatto, dominato da ansie ed angosce circa l’altro, è una aggressione seguita da una fuga. E’ il modo primitivo di esprimere le proprie ansie di fronte a persone nuove, tanto più forte quanto più la persona abbia precedenti esperienze di relazioni deludenti o aggressive.
Il secondo stadio è quello della ricerca di protezione duale: placare l’ansia cercandosi un protettore, una persona in cui riporre fiducia a cui affidarsi. Questa è la ricerca del contatto rassicurante, che può assumere un carattere ossessivo in chi per storia precedente si senta particolarmente vulnerabile ed esposto. Il contatto rassicurante rappresenta la posizioni a partire dalla quale è possibile apprendere, guardare al mondo con la fiducia di un sostegno. La ricerca non elaborata del contatto rassicurante porta ad assumere una posizione difensiva e dipendente, sia nella persona bisognosa di sostegno sia in colui che la sostiene. Lo sviluppo di una relazione cooperativa è quindi necessario alla crescita della persona.
Lo sviluppo del gruppo cooperativo corrisponde alla relazione matura caratterizzata dalla reciprocità nella relazione duale e nella circolarità della relazione gruppale.
Nel gruppo si stabilisce una corrispondenza tra processi psichici e sviluppo di relazioni e legami sociali.
L’esistenza di una entità superindividuale astratta – il gruppo esiste in quanto ciascuno può pensare alla sua esistenza e ai legami tra le persone che lo compongono – consente una elaborazione esterna di ansie, contraddizioni conflitti, sicché è possibile l’interiorizzazione delle relazioni e delle regole secondo un processo che va dall’esterno all’interno e dall’esperienza al pensiero.
Così il gruppo alimenta e nutre la crescita della persona che in questo modo placa le ansie relative al distacco e alla separazione dalla relazione duale. L’allievo che si separa dal maestro fonda una comunità, il figlio che si separa dal genitore lo fa in funzione di una nuova famiglia o di una nuova comunità.
Il processo di individuazione e di separazione è possibile in quanto si sviluppa la socialità ossia crescono legami ed obbligazioni reciproche all’interno di un gruppo umano.
Le funzioni regolative della comunità non provengono da norme astratte ma da un concreto processo di limitazione e regolazione che si realizza dentro e attraverso i legami.
Tutto questo riguarda anche noi ed il modo in cui regoliamo la nostra professione ossia il modo in cui ci dotiamo di norme tecniche che definiscono la professione. Poiché la nostra missione è l’educazione dei giovani, al centro della nostra regola c’è la giovane persona in formazione.
La ricostruzione gruppale della individualità della persona, la possibilità che essa sia pensata dal gruppo – anche sognata - è contemporaneamente il contenuto della nostra missione ma anche il contenitore del nostro gruppo in quanto produce legami e condivisione. La cura dei giovani – dei figli in natura, degli utenti nei servizi – è un potente motore di socializzazione e i giovani sono agenti di socializzazione.
In questo modo l’educatore si pone come professionista gruppale riflessivo in quanto attraverso il gruppo riflette sull’esperienza.
Apprendere dall’esperienza è il nostro problema formativo e professionale. Si apprende dall’esperienza se questa può essere pensata, mentalizzata, concettualizzata. Ma noi stessi non siano in grado di interiorizzare alcunché se questo non è accompagnato da emozioni positive, o almeno dalla neutralizzazione delle emozioni negative.
Se questo non accade l’esperienza resta frammentaria e condizionata dalle connotazioni emozionali che la accompagnano. In questo modo invece che apprendimento, ossia trasformazione, abbiamo coazione a ripetere l’azione o l’evitamento di essa. Molti educatori ed operatori sociali, lasciati a se stessi, privati della possibilità di riflettere sviluppano totem e tabù relativamente ai quali è difficile scardinare prassi di lavoro stereotipe ed inefficaci.
Perché la comunità degli operatori diventi una comunità di apprendimento è necessario sviluppare una comunicazione che usi le emozioni e lo scambio emozionale come veicolo delle esperienze e l’elaborazione delle emozioni quale strumento per rendere pensabili realtà incontenibili cariche di angosce e di dolore.
Deve imparare l’accompagnamento ai giovani, il sostegno emotivo nella elaborazione dell’esperienza: deve fare con le giovani persone che gli sono affidate la stessa operazione che compie su di sé, significa quindi che stabilire una circolarità tra l’apprendimento degli educatori e l’apprendimento dei giovani: avendo ruoli diversi in un unico processo – comunitario – pittosto che proporsi parte di universi di significato distinti.
Nel suo lavoro l’educatore istituisce spazi di mediazione pratica e mediazione di pensiero che sono indispensabili ad elaborare conflitti ed emozioni. In questo modo l’educatore stabilisce confini, istituisce delle condotte di vita; questo stabilisce, regole, confini, e liberazione, educazione dallo stato di cose presente.
Per stabilire questi spazi è indispensabile la dimensione della cura, ossia una attenzione personalizzata ed un legame che sono esclusivi e caratteristici; una protezione rassicurante rispetto al singolo.
L’apprendimento è sempre legato alla paura, anzi nasce dalla paura, è come se stabilisse una linea di difesa avanzata, nel tempo e nello spazio, attraverso la mentalizzazione del mondo. Ma proprio per questa capacità anticipatoria della mente possono anticiparsi anche le emozioni, i conflitti, le paure paralizzanti. Il sostegno emotivo è quindi indispensabile per poter apprendere.
Nella relazione tra educatore e giovane persona si stabilisce pertanto uno spazio protetto e liberato da emozioni devastanti in cui il giovane ritiene di potersi avventurare. E’ lo spazio di “sviluppo Prossimale”
L’apprendimento non può essere motivato da mete lontane ed utilitarie ma da mete emotivamente vicine e relazionalmente fondate; la significatività dell’apprendimento deriva dalla relazione. |