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Modi di operare

Relazioni di cura, interventi clinici, accompagnamento educativo

Nei gruppi per la formazione integrata sono presenti diversi tipi di professionisti, ma tutti in qualche modo sono tenuti a stabilire una relazione di cura nei confronti dei giovani e di se stessi. Per cura intendiamo soprattutto la capacità di dedicare ad una persona attenzione e sostegno singolari cosicché questa diventi unica per noi. Questa capacità che è tipica della relazione amorosa tra genitori e figli o nella coppia, può essere confusa con una attività clinica ossia con una attività terapeutica.
Noi sappiamo che la cura amorevole ha in realtà effetti terapeutici decisivi in ogni genere di disagio comprese le malattie del corpo; viceversa la cura clinica di un malanno isolato, separata dalla cura amorevole o è destinata all’insuccesso o a produrre nuove malattie ad altri livelli. Pur riconoscendo e rivendicando l’importanza terapeutica della cura amorevole mai dobbiamo assimilare la cura amorevole alla cura clinica. Per questo motivo ormai usiamo sistematicamente la parola accompagnamento a sottolineare che certi interventi non sono puntiformi o straordinari ma un modo ordinario di stare a fianco di chi cresce. Così ogni intervento specialistico all’interno dei nostri gruppi di lavoro non ha mai una configurazione di intervento riparatore ma il carattere permanente dell’accompagnamento. La presenza di psicologi, pedagogisti o altre figure specialistiche quindi rappresenta il sostegno ad una funzione diffusa nel gruppo e non un intervento clinico; di conseguenza il gruppo è responsabile del buon utilizzo di questa risorsa per sé mentre il professionista non ha alcun mandato per "guarire" il gruppo o i suoi membri. La necessità di queste presenze non si giustifica con uno stato di malessere ma deriva dalla necessità di promuovere sistematicamente il benessere del gruppo in relazione alle correnti emozionali che lo attraversano comunque.
Poiché lo psicologo o il pedagogista si dedica al gruppo e alla sua crescita, poiché si dedica ai processi di condivisione ne deriva l’assoluta eguaglianza di ciascun membro nei confronti del gruppo stesso e quindi la necessità di partecipazione al gruppo qualsiasi sia il rango delle persone nella organizzazione funzionale, qualsiasi sia la conoscenza specialistica nel campo di discussione, La qualifica di esperto consiste quindi nella messa a disposizione di un bagaglio di conoscenze e di tecniche che seppure originato da lunghi e faticosi studi e tirocini, sono ogni volta legittimati non dalla autorità scientifico-accademica, ma dalla capacità di interpretare i bisogni del gruppo. E’ appena il caso di ricordare che tra le poche norme scolastiche che hanno una radice pedagogica c’è quella secondo cui nelle sedi di discussione pedagogica anche il dirigente scolastico è primus inter pares, quindi non sovraordinato gerarchicamente: nella scienza non esiste principio di autorità, a maggior ragione non può esistere nel campo della condivisione di sentimenti ed emozioni.
Va da sé che tutto questo non è un dato ma l’esito desiderato di un processo lungo e doloroso. I gruppi di discussione sono sistematicamente attraversati e qualche volta dominati da tendenze del tutto opposte a ciò che è qui descritto. Appunto per questo i gruppi di discussione sono necessari.

I rischi degli specialisti professionali

Abbiamo già detto di quali sono le posizioni involutive del gruppo e dei suoi membri, vogliamo ora trattare delle possibili involuzioni dei professionisti. Una professione mette assieme saperi scientifici con pratiche professionali situate. La principale connotazione della situazione è il suo essere relazionale.
Le pratiche professionali in genere sono ‘custodite’ da una comunità ideale che è la comunità dei professionisti che condividono la stessa professione. Spesso questa comunità si materializza in ordini professionali, regole deontologiche, regolamenti istituzionali. Il tratto comune delle pratiche è che esse dettano le norme per la buona pratica della professione e indicano insieme una serie di comportamenti che consentono di difendere la cultura professionale e la persona del professionista rispetto ai pericoli insiti all’esercizio della professione.
Le norme di lavoro del palombaro indicano come lavorare in profondità, ma anche come risalire in superficie, compensare la pressione, evitare l’embolia, le pause obbligatorie etc, Così le norme di lavoro di un medico o di uno psicologo stabiliscono anche tutta una serie di meccanismi di protezione per la persona. Tuttavia le professioni relazionali implicano la necessità di uscire fuori dai gusci protettivi professionali, perché senza di questo non si incontra la persona dell’altro ma solo ‘il paziente’ o l’utente. Questo significa che l’operatore si espone personalmente fuori delle reti protettive e tuttavia deve continuamente ricostituirle, rientrare nei ranghi, essere sostenuto per poter sostenere il peso ed il rischio di questa operazione. Spesso il cosiddetto lavoro di supervisione consiste anche in questo.
Il sistema di contenitori successivi adottato nei progetti educativi integrati costituisce una forma di difesa mobile, in luogo di un sistema di difese fisse fatto di trincee e bunker che irrigidisce e paralizza il lavoro educativo. Naturalmente anche in questo caso tutto questo rappresenta una meta e non una premessa e spesso occorre un lungo lavoro per conferire al singolo professionista la ‘resilienza’ che è la capacità di riprendere la propria forma dopo essere stati sottoposti a stress. Quando le difese mobili sono inefficienti o mal gestite assistiamo a quella che possiamo chiamare "paranoia professionale" o in alcune varianti "accanimento professionale" che consiste nel ripetere in modo vuoto e coatto l’applicazione pedissequa delle regole professionali,
Si tratta di una forma di difesa regressiva, un ripararsi presso il congenere, ritirarsi nella fortezza professionale. Un fare coppia escludente con l’autorità ideale che presiede le regole della professione. E’ una fuga regressiva che ben conosciamo nei comuni mortali e che colpisce in modi più elaborati anche i professionisti. Anche in questo caso la partita si gioca soprattutto nel gruppo e nella capacità di questo di essere un contenitore accogliente e protettivo anche per i professionisti che ne fanno parte. In questo senso il gruppo è responsabile dei professionisti almeno quanto questi sono responsabili dell’andamento del gruppo.

Lo sguardo del predatore, e quello della preda: guardare diritto all’obiettivo, guardarsi attorno

Una seconda forma di paranoia riguarda gli operatori protagonisti delle pratiche operative e del lavoro sul campo.
Noi sappiamo che soprattutto in relazione ai giovani allievi "incontinenti" è necessario un forte livello di attenzione, un tenere la guardia sistematicamente alta, un livello di vigilanza che è stressante. Questa attitudine genera quindi un livello di ansia superiore alla norma; questo livello di ansia è indispensabile ad assumersi la piena responsabilità dei processi di contenimento ma rischia di generare una deformazione permanente delle capacità riflessive.
L’ansia finalizzata appartiene allo sguardo del cacciatore che inquadra la preda e finalizza ogni movimento ed ogni pensiero a quell’obiettivo: la vista frontale dei predatori è organizzata per centrare e collimare, con i due occhi, la preda. Lo sguardo della preda invece è sempre attento al contesto a guardarsi attorno e a distribuire la vigilanza a 360 gradi: gli occhi della preda sono laterali. Nel nostro lavoro noi abbiamo bisogno continuamente di svolgere il movimento tra la posizione del predatore e quella della preda, tra il momento della decisione escludente e traumatica e il momento del guardarsi attorno, del considerare ogni posizione, del tenere in eguale dignità ogni ipotesi di lavoro. I gruppi di discussione rappresentano quindi una camera di compensazione indispensabile per tutti quegli operatori che sono costretti ad assumere decisioni in solitudine e sistematicamente sotto l’urgenza della necessità. Sotto questo aspetto i gruppi di discussione sono luoghi di riflessione e di pensiero che al riparo delle urgenze consentono di riconsiderare l’esperienza. Senza di questo le prassi diventano irriflesse, automatiche, prive di senso ed infine controproducenti,

La mente evocativa, le risonanze nello spazio e nel tempo: memoria di esperienze, identificazione nell’altro.

Lo sviluppo di un pensiero sull’esperienza richiede il liberare il pensiero stesso dai vincoli di emozioni paralizzanti, e questo è possibile in quanto la narrazione e la rappresentazione dell’esperienza riescono a rievocare emozioni distanti nel tempo, riescono a contagiare e far risuonare altri corpi che hanno avuto o hanno le stesse emozioni.
Le emozioni rievocate hanno la stessa forza di quelle vissute in situazione, e questo consente la ‘bonifica del campo’ stando fuori del campo; la potenza evocativa della mente è al tempo stesso la più grande remora a rievocare e a ricordare. Ognuno di noi deve combattere una propria personale battaglia contro le resistenze interiori al lavoro sulle emozioni e queste resistenze sono tanto più forti quanto più le emozioni suscitate rievocano emozioni più antiche, o dolorose o non elaborate.
Proprio per questo non si può lavorare sulle emozioni in modo dilettantesco ed improvvisato perché aprire questa porta può aprire a dolori ed emozioni incontrollabili. Nella nostra esperienza abbiamo avuto sistematici esempi di come il suscitare involontariamente emozioni dolorose e senza capacità di elaborarle porta a reazioni incontrollate ed incontenibili. Ciò accade con i nostri giovani allievi ma accade anche nelle relazioni tra adulti, Per questo abbiamo bisogno della presenza di persone esperte e fuori del nostro campo emozionale, cioè persone che sono addestrate a fronteggiare campi emozionali complessi e persone che non sentono con la stessa acutezza le emozioni connesse al lavoro nel contesto dato.

Il lavoro educativo come elaborazione di costrutti istituzionali per gestire in modo produttivo le emozioni

Nell’organizzazione del nostro lavoro abbiamo stabilito due modi di lavoro, quello della psicologia e quello della pedagogia. Tra i due momenti a volte sembra esserci una sovrapposizione quasi totale, ciononostante occorre mantenere la distinzione concettuale tra i due momenti. Abbiamo già usato la metafora del cacciatore e della preda, come modi di puntare all’obiettivo e guardarsi attorno. Possiamo anche dire che ci sono occasioni in cui prevale la scelta operativa, l’obbedienza alle necessità del lavoro e alle urgenze della situazione, ma c’è poi il momento di guardarsi attorno, di condividere con gli altri, di riflettere su ciò che si è fatto, di elaborare le emozioni. La funzione più importante dei gruppi psicologici è di tenere in vita anche le ipotesi scartate al momento dell’azione, di aprire dubbi sui dati di fatto, di dare voce alle emozioni che si ribellano alle decisioni prese, di riaprire i casi apparentemente chiusi, di mostrare le ferite riportate sul campo.
La funzione dei gruppi di discussione pedagogica è elaborare costrutti e dispositivi che dimostrino nel corso dell’azione la solidità e la coerenza delle scelte fatte, il sostegno di un pensiero condiviso. Nei dispositivi e nei costrutti si cristallizzano e ritualizzano i significati faticosamente elaborati e distillati nelle discussioni psicologiche.
Un gesto, una scelta organizzativa danno il segno per riprodurre una situazione significativa, così come il gesto del direttore d’orchestra  riassume, al momento dell’esecuzione, la fatica di innumerevoli prove.
Nella vita quotidiana gesti e sequenze d’azione strutturate rievocano sinteticamente emozioni primigenie: salutare tendendo la mano significa dire: ‘ti accolgo, la mia mano nuda è priva di armi"; con un sorriso si mostrano i denti, coprendoli parzialmente con le labbra per dire: sono in grado di azzannare ma non lo faccio con te, le mie armi sono rinfoderate. I gesti della socievolezza portano nella loro configurazione l’ambivalenza della loro origine, le tracce di una esitazione tra attacco e difesa;   sono rassicuranti nella misura in cui mostrano ciò che potrebbe essere e però non è. La cultura materiale prima ed il pensiero riflesso poi  ci consentono di tenere insieme, dentro costrutti mentali e istituzioni più complesse, stimoli ed emozioni opposti.
Costruire una “configurazione di lavoro”, significa costruire un ambiente in cui teniamo conto del punto di vista dell’altro e impariamo a dare di ogni cosa non solo la lettura lineare e benevola del soggetto bene intenzionato, ma anche la lettura complessa e minacciante che viene assunta da chi è in posizione più debole, e vive disagi, ansie e timori. Tutto ciò che noi facciamo in un ambiente umano di apprendimento è dotato di significati densi soprattutto quando si svolge in un contesto di sensibilità acuta, quasi patologica, quale quella degli adolescenti che vivono condizioni difficili. I gruppi di discussione pedagogica aiutano a riportare nel contesto d’azione rituali e rappresentazioni costruite al riparo dall’azione e viceversa i gruppi psicologici servono a rivivere ed elaborare nel contenitore gruppale le emozioni raccolte nel contesto d‘azione.
E’ un lavoro senza fine perché ha a che fare con la capacità creativa del linguaggio, con quella che viene chiamata ‘semiosi infinita.
La lingua produce continuamente nuovi significati per i sintagmi linguistici, e la lingua è oggetto sociale e relazionale per eccellenza. Quando stabiliamo una comunicazione interrompiamo per un attimo la semiosi infinita e fissiamo un significato qui ed ora, ma subito dopo la macchina semiotica riprende a funzionare freneticamente producendo nuovi e contraddittori significati. Le operazioni di senso e le emozioni si propagano come onde sismiche: nella persona dalla profondità alla superficie, in orizzontale da un uomo all’altro. Ogni volta che riusciamo ad elaborare un significato, a contenere un’emozione, abbiamo al tempo stesso creato una situazione nuova dentro cui quelle stesse parole assumono significati diversi, supportano una emozione ancora più profonda. L’idea del lavoro psicologico come ‘guarigione’ da qualcosa o del lavoro pedagogico come prassi ben regolata sono idee pazzesche e mortali: non si guarisce dall’essere uomini, non si apprende se non fuori dalle regole. Solo la morte guarisce dalla vita e dall’indisciplina.

 
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