La formazione integrata richiede la ridefinizione della professionalità docente e del suo modo di formazione.
La domanda che si pone è se le doti necessarie alla formazione integrata possano essere costruite ed in quale modo.
La risposta a queste domande si è costruita lungo gli anni attingendo a esperienze diverse, ricordiamo qui almeno quattro diverse fonti:
1. Nelle esperienze di lotta alla dispersione che sono state intraprese in modo sistematico negli anni ‘80 e continuate con sorti alterne fino all’inizio del nuovo secolo è stata indicata, il problema della formazione congiunta degli operatori come uno dei problemi chiave nella costruzione della rete e la metodologia della ricerca azione quale metodologia del lavoro in rete. In quelle esperienze peraltro si tentava di generalizzare teorie e prassi già sperimentate per la riduzione di situazioni di handicap. E già in quella fase si sono evidenziati i punti cruciali tuttora validi per la formazione della rete: i processi di condivisione e l’attività di ricerca collegati all’esperienza. I contributi di cui ci occupiamo ora approfondiscono appunto questi aspetti.
2. Negli anni novanta, nell’ambito degli studi organizzativi sono stati studiati i casi di quelle organizzazioni che si trovano ad affrontare contemporaneamente problemi di adattamento ad ambienti diversi e mutevoli, di creatività e di rispetto di standard di prestazione e di regole professionali forti. La teoria delle "comunità di pratica" sintetizza una modalità di apprendimento dall’esperienza che unisce condivisione e lavoro di gruppo con innovazione e creatività.
3. Nell’ambito della psicologia la costruzione di competenze relazionali ed emotive viene realizzata in gruppi di discussione in cui si apprende dalle dinamiche emozionali che si producono nel gruppo stesso. Le tecniche relative sono state sperimentate per la prima volta con efficacia nel corso della prima guerra mondiale e continuano a risultare efficaci soprattutto per la gestione di gruppi professionali sottoposi a forti stress emotivi. Uno sviluppo importante dei trattamenti del disagio e delle dipendenze, è la teoria dei legami deboli e delle identità professionali deboli, ossia di un modo di porsi delle organizzazioni nei confronti dei propri operatori e degli operatori nei confronti della utenza tale da rendere possibile il contatto con utenze difficili e diffidenti e tali da elaborare in situazione ‘ricette’ personalizzate non deducibili dai regolamenti istituzionali.
4. Nell’ambito della pedagogia è stato approfondito lo studio della trasmissione delle competenze ed è stato messo in evidenza come l’apprendimento di queste avvenga necessariamente in un contesto sociale fortemente connotato dalle relazioni e dalle emozioni e mai come processo solitario meramente cognitivo. Le teorie dell’apprendimento come apprendimento sociale piuttosto che come mera operazione intellettuale già elaborate negli anni venti e riportate in auge da Bruner e seguaci negli anni sessanta risultano quindi quelle più appropriate a trattare il problema di cui ci stiamo occupando. Recenti sviluppi di queste hanno portato alla elaborazione di una teoria delle comunità di apprendimento che è molto vicina alle problematiche di cui trattiamo.
L’esposizione che qui propongo è stata sviluppata nell’ambito di un progetto di scuola della seconda occasione e di formazione integrata che viene realizzata a Napoli da sette anni ed è stata concretamente applicata, a titolo di esperienza partecipata, nel corso delle attività formative del presente progetto.
La misura di accompagnamento più importante da utilizzare nei percorsi formativi integrati sono i gruppi di discussione. I gruppi di discussione sviluppano il sapere attraverso un processo sociale in cui la conoscenza è diffusa, viene rielaborata attraverso le pratiche di gruppo, restituita al gruppo stesso e ai singoli membri come sapere condiviso, ricostruito dal gruppo. Siffatta comunità possiamo chiamarla "comunità di apprendimento" in quanto ha come propria finalità principale l’apprendimento stesso.
La metodologia della comunità di apprendimento porta con sé una particolare attenzione alle relazioni e alla struttura della comunità. Se la conoscenza è diffusa essa è anche connotata ossia si presenta così come è "per me" e non nella sua valenza oggettiva ed universale. Ne consegue che le possibilità comunicative non sono affidate alla distillazione e purificazione dei concetti ma al contrario alla capacità dei parlanti di interagire con il campo di forze che tiene insieme la comunità. Lo stile comunicativo è quindi molto diverso da quello di una comunità scientifica o tecnica ed è ricco di sfumature emotive. La narrazione solitamente bandita quale pratica non sufficientemente scientifica, viene incoraggiata e rappresenta il primo stadio della riflessione; le generalizzazioni, le teorie alla fine sono il risultato di un processo di "narrazione condivisa" o "co-costruzione".
Il vantaggio di un simile modo di costruire il sapere è la sua perfetta aderenza alla complessità e alla mutevolezza del reale ed insieme la capacità di raccogliere le energie di tutti i membri di una comunità per convogliarle in uno sforzo creativo: conoscere non è atto mentale di genio isolato, ma processo pratico di molti.
Lo svantaggio è che il sapere così costruito non si presta alla comunicazione verbale e logico-sequenziale che è tipica della ordinaria comunicazione scientifica. La costruzione di un "sapere distribuito" infatti comporta un lungo processo di condivisione e l’interazione con potenti campi di forze emozionali che possono facilitare o impedire la comunicazione in dipendenza del modo in cui queste forze sono elaborate o lasciate agire nell’ombra.
La condivisione di cui parliamo è un processo che appartiene al campo emozionale: la condivisione di stampo cognitivo è un processo lineare di produzione di concetti a mezzo di concetti; la condivisione di stampo emotivo comporta un faticoso dipanarsi del pensiero dall’intrico di emozioni e relazioni. Nei processi di condivisione entrano in campo potenti forze emozionali a rafforzare o impedire l’apprendimento, il territorio non è governato dalle lineari leggi euclidee, secondo le quali lo spazio è omogeneo (isotropo=non esistono direzioni preferenziali) e la distanza più breve tra due punti è la linea retta. Lo spazio del pensiero socialmente prodotto è connotato dalla presenza di totem e tabù: lo spazio è anisotropo, esistono direzioni preferenziali; tra le infinite linee che collegano tra loro due punti non ne esiste una preferenziale. A seconda dei punti di vista la realtà appare del tutto diversa: il vertice di osservazione cambia la visione
Nella comunità di pratica professionale si incrociano quindi due dimensioni, quella delle culture professionali (in genere nel lavoro educativo interagiscono diverse professioni) e quella del campo emozionale e relazionale; tra le due dimensioni esiste interdipendenza: il lavoro sulla dimensione emozionale relazionale in un certo senso “bonifica” il campo dell’apprendimento trasformando emozioni tendenzialmente distruttive e devastanti in punti di leva per una comunicazione profonda tra le persone, per un apprendimento che risponde alle frustrazione e non le nega. Il lavoro di condivisione quindi non finisce mai, e serve a ricostruire ogni volta le condizioni per apprendere. Non si tratta di una sorta di vaccinazione rispetto a malattie infantili, ma un lavoro continuo di manutenzione finalizzato a rendere possibile l’apprendimento consentendo alle forze emozionali di venire alla luce per essere utilizzate a favore dell’apprendimento piuttosto che contro di esso.
La condivisione in questo contesto viene proposta come modalità comunicativa particolarmente efficace in quanto mette in contatto i protagonisti del processo comunicativo nel modo più profondo e a monte della comunicazione verbale: mette in comune le parti emozionali di ciascuno, ossia ciò che ci accomuna prima della cultura professionale e delle regole sociali. Questa modalità come si vede appresso è particolarmente significativa ed importante per le professioni che operano stabilendo relazioni e che hanno bisogno di interagire con le emozioni di altri soggetti.
Nei processi di apprendimento che coinvolgono giovani persone la condivisione svolge un ulteriore ruolo che risulta decisivo per accompagnare i giovani nei percorsi di conoscenza. La condivisione istituisce una spazio relazionale all’interno del quale possono esistere due importanti funzioni del processo di apprendimento: la significazione ed il contenimento.
Significazione in questo contesto è conferimento di senso alle operazioni cognitive e agli atti comunicativi. Ogni mezzo intellettuale si sviluppa in funzione del bisogno umano di stabilire e mantenere relazioni sociali. Senza relazioni l’apprendimento non ha senso, il soggetto è demotivato, inappetente alla conoscenza.
Contenimento, è la capacità di contenere emozioni destabilizzanti, rappresenta il sostegno di cui ogni giovane ha bisogno per affrontare realtà nuove e sconosciute, per affrontare le emozioni connesse alla capacità evocativa del linguaggio e della mente .
La comunità di apprendimento quindi istituisce al suo centro uno spazio che contiene le emozioni del soggetto che apprende ed insieme fornisce incoraggiamento, sostegno emotivo ai processi di apprendimento. La comunità professionale ha la responsabilità della tenuta del contenitore ossia di mantenerlo connesso e di averne cura come della diga che contiene il mare.
La comunità professionale nel momento in cui cura la propria crescita come gruppo di lavoro e come comunità di apprendimento cura anche la possibilità di porsi come contesto umano di apprendimento per le giovani persone.
La pratica dei gruppi di discussione per la conoscenza condivisa viene qui chiamata: "Apprendimento professionale situato", in quanto sviluppa un sapere professionale a partire dalla pratica in situazione. L’apprendimento in questo modo è necessariamente un “apprendimento gruppale” ossia prodotto ed appartenente ad un gruppo, anzi il gruppo esiste se e solo se apprende, ossia se è un sistema aperto di apprendimento. Un sapere di gruppo presuppone che il singolo sia disponibile a "deprivatizzare le pratiche professionali", ossia a svolgerle e a lavorarle in modo condiviso. E’ per questo motivo che il campo delle emozioni e delle relazioni deve esse sgomberato da forze e correnti che possono trascinare il gruppo in direzioni che ne minano la connessione e destabilizzano le capacità di sostegno alle giovani persone.
L’uomo come molti animali sociali ha sviluppato particolari strategie di difesa nell’affrontare situazioni nuove e pericolose. Di fronte ad una situazione pericolosa la prima reazione è quella dell’attacco e fuga, separatamente, ma più spesso accoppiate: un rapido attacco seguito da altrettanto rapida fuga rappresenta anche una modalità produttiva di conoscere e saggiare l’entità della minaccia.
La meta della fuga generalmente è rappresentata da un congenere. La spinta alla ricerca del congenere è talmente potente che può diventare meta della fuga anche quando è esso stesso all’origine della fuga (sta qui forse l’origine di ogni ambivalenza nel mondo delle emozioni). In sostanza la ricerca di riparo sicuro presso il congenere è una delle più potenti spinte alla socialità. Trovare accoglienza nel congenere, trovare una pluralità di congeneri disponibili ad accogliere la fuga costituisce l’esperienza primaria che dà origine ad una fiducia gruppale che è secondaria ossia derivata . Il gruppo quindi è investito di un processo di crescita e trasformazione che determina le sue capacità di accoglienza e quindi le sue capacità di essere produttivo. Un gruppo dominato dalle reazioni di attacco e difesa è un gruppo improduttivo in cui tutte le energie psichiche sono impiegate per difendersi dall’altro e non possono applicarsi allo sviluppo delle relazioni nè tanto meno al lavoro cooperativo. L’unica leadership in questo gruppo è quella che meglio impersona i fantasmi e le paure di ciascuno, è quindi una leadership regressiva che impedisce la crescita e mira a mantenere ciascuno nello stato di timore e di obbedienza.
Un gruppo dominato dalle relazioni duali in cui ciascuno trova un alter ego protettivo è un gruppo devastato da dinamiche di invidia e gelosia in cui ciascuno vuole guadagnare una posizione privilegiata in rapporto all’individuo o agli individui dominanti.
Il gruppo cooperativo è invece quello in cui stabilita una relazione di reciproca fiducia è possibile che ciascuno curi ogni altro e che tutti insieme ci si senta protetti.
La costruzione di un gruppo deve quindi in permanenza affrontare queste dinamiche perchè in ogni situazione nuova, in ogni processo di crescita le dinamiche primarie si rimettono in movimento e attentano alla vita del gruppo cooperativo.
Gli operatori della conoscenza, gli educatori dei giovani sono più di ogni altro esposti ai rischi di regressione perché il creare situazioni nuove e di sviluppo rappresenta il contenuto stesso del lavoro professionale.
La prima finalità del lavoro di gruppo è quindi la costituzione di uno spazio condiviso e sicuro che è condizione di esistenza di altri importanti spazi di mediazione interpersonale e spazi di pensiero intrapsichico. Il primo e più importante è lo spazio della significazione, spazio relazionale che consente a ciascun di sentirsi importante per l’altro e quindi importante per sé. Per questo possiamo considerare lo spazio del gruppo anche come un "ambiente umano di apprendimento" nel senso che esso produce l’appetenza al conoscere il mondo e se stessi. Lo spazio della significazione nel suo evolvere temporale diventa spazio della narrazione; la narrazione condivisa costituisce la trama e lo scenario dentro cui evolve la vita di ciascuno. La possibilità di scrivere un copione di vita diverso da quello socialmente imposto risiede proprio nella capacità di costruzione di questo scenario e di questa narrazione. Da questa stessa fonte nasce lo spazio del pensiero e della legge come processo di interiorizzazione di quei legami la cui violazione pone l’individuo fuori della comunità e provoca quindi insicurezza e sofferenza. I cosiddetti valori non sono un giacimento di idee belle e pronte dove ciascuno adotta quelli che preferisce, ma semplicemente l’interiorizzazione di un modo di essre sperimentato significativamente e ripetutamente dentro una comunità di vita.
Nella nostra pratica quindi il gruppo è uno spazio complesso a più dimensioni, in cui il livello base è quello di un gruppo che comprende assieme i diversi professionisti del lavoro educativo ed i giovani. In altre dimensioni operative il gruppo di articola diversamente (esistono sottogruppi più ristretti, sottogruppi territoriali etc ), ma ciò che è importante è il gruppo base perché è la comune appartenenza a questo gruppo che permette le operazioni di senso e le relazioni di reciprocità con i giovani che sono essenziali alla costruzione di un ambiente sicuro e produttivo.
Una questione particolarmente importante è il modo dei professionisti di stare dentro un gruppo.
Consideriamo due diversi modi di porsi: quello in cui è il professionista stesso a strutturare una situazione di lavoro attraverso le regole della professione (il chirurgo nella sala operatoria, lo psicoanalista nello studio privato). Nell’altra invece è il gruppo che si struttura e si agglutina in passaggi successivi.
Nel caso in cui il professionista sia l’elemento strutturante dell’organizzazione gruppale esso è in certo senso fisicamente interno ma mentalmente esterno in quanto la sua forza e la sua identità sono date dalle regole professionali. Sotto questo aspetto il professionista sta nelle dinamiche del gruppo ma in certo senso è immune ai suoi effetti così come diventano immuni i medici del corpo a talune malattie infettive.
Se invece poniamo ed accettiamo che nelle relazioni la reciprocità è d’obbligo, se osserviamo che la persona del professionista viene continuamente tirata dentro le dinamiche e che essa stessa intende parteciparvi; in questo caso l’applicazione rigorosa delle regole professionali rischia di rappresentare una difesa personale piuttosto che un momento del processo di crescita e di difesa del gruppo.
E’ quindi essenziale la contaminazione tra la posizione dell’utente e quella del professionista. Questa posizione professionale è quella che consente di abbassare al massimo grado la soglia di accesso ad un servizio ed è ciò che lo rende aperto, ossia accogliente.
Qualcuno chiama questa posizione professionale "identità debole". Debole è il termine da usare in riferimento ad una visione che identifica il forte con la forte struttura ed il debole con la debole struttura. Viceversa ‘identità debole’ si colloca in un’altra ottica in cui si è forti se come persona si è abbastanza resistenti relativamente alle emozioni che attraversano il campo dell’esercizio professionale. Non confronto tra debole e forte ma piuttosto una forza di origine diversa, posta all’interno del soggetto piuttosto che nelle regole professionali che sono al suo esterno
Nella nostra ipotesi di lavoro, il professionista deve essere molto forte come persona e questo gli consente di attraversare continuamente la frontiera tra la struttura professionale e la struttura psichica e relazionale del gruppo e delle persone che lo abitano. Sotto questo aspetto la fonte del suo potere, la legittimazione del suo operare non derivano dalle regole della professione ma dalla capacità di interpretare la propria posizione nel gruppo. La forza strutturante della professione quindi non dipende dalla capacità di professare un verbo ma dalla capacità di utilizzare il sapere professionale per leggere ed organizzare le linee di forza presenti nel gruppo e nei singoli individui. |