1- Insegnamento comunitario e cooperativo
Insegnamento comunitario risponde a un bisogno sociale emergente che vede il mondo adulto sempre meno capace di assumersi responsabilità nei confronti dei giovani. Senza lo sviluppo comunitario e degli obblighi relativi, la mera istruzione resta in balia di un disorientamento esistenziale che porta all’insuccesso o alla distorsione delle conoscenze in direzioni asociali
2 - Incontro antropologico
Siamo in un mondo multiculturale e non per la presenza degli stranieri: ciascuno è portatore di frammenti di esperienze e di culture incoerenti ed inconsapevoli. Non possiamo più pretendere che ci sia una adesione spontanea ai modelli dominanti. Occorre incontrare l’altro, imparare a conoscerlo e trovare spazi di mediazione. Il Progetto Chance non deve ogni volta inseguire la diversità dell’uno dell’altro, ma fa della assunzione della realtà dell’altro la premessa per ogni sua azione
3- Il tempo è risorsa educativa
Il tempo è la grande risorsa sprecata nella scuola. Il tempo appartiene a ciascuno e non se ne può abusare né con accelerazioni né con rallentamenti. Il tempo è la risorsa che conferisce i significati, è il tempo dedicato che rende le cose e le conoscenze uniche per sé. Senza imparare le attese, senza la lenta e silenziosa adesione all’oggetto della conoscenza, la scuola finisce per riproporre un modello di relazione col mondo, in cui tutto si vede e nulla si apprende, che non le appartiene
4 - Apprendistato cognitivo e mediazione cognitiva.
La cognizione non si svolge per illuminazione, per improvvisa comprensione, ma è frutto di una minuta fatica, quella dell’apprendistato. Apprendistato significa che il primo modo di concettualizzare la realtà lo si apprende imitando e seguendo colui che è un passo più avanti. L’adulto propone una mediazione cognitiva in quanto avanzando egli stesso sul cammino della conoscenza, mostra la strada ed offre la sicurezza della sua percorribilità
5 - Sviluppo integrale della persona
Personalizzazione nel vocabolario di Chance non significa riduzione del compito, o isolamento cognitivo, significa al contrario la piena realizzazione della persona, umana: relazione pedagogica che coinvolge la persona a tutto campo e non solo la parte studente o cognitiva. Il lavoro didattico chiama a raccolta i mille fili delle relazioni che ciascuno stabilisce con l’ambiente fisico e relazionale che ci circonda . Lavorare per competenze piuttosto che per conoscenze significa che tutta la relazione didattica è estremamente più complessa perché richiede un processo di isolamento e depurazione delle nozioni dai contesti operativi e relazionali per poi restituire al reale un sapere rielaborato e investito di nuove significazioni e relazioni.
6 - Dimensione politica del progetto e pratiche di cittadinanza
Una scuola che investe tutto l’essere del giovane è una scuola di cittadinanza, ha una dimensione politica, fondante la polis, che non può essere implicita o inconsapevole e richiede continue interazioni con la comunità di vita e un sistematico investimento nelle relazioni con essa
7 - Le professioni educative come ricerca creativa partecipata
Tutto questo comporta che il soggetto professionale preposto al funzionamento della scuola non sia più un singolo professionista, ma un professionista gruppale e riflessivo. Professionista gruppale e non professionisti coordinati in quanto non è la somma e il coordinamento dei saperi a dare la possibilità di un lavoro a tutto campo, ma una nuova professionalità integrata, che ricostituisce l’intero, che ha sede nell’entità gruppale e la cui sostanza si distribuisce in tutti i singoli membri. La professione educativa è quindi un gruppo di ricerca che indaga il reale e lo rielabora secondo il metodo sperimentale creando una comunità di pratica in grado di apprendere, ossia di crescere professionalmente attraverso il suo proprio lavoro. Una comunità che produce un sapere professionale complesso, ricco di sfumature emotive, capace di assumere impegni nei confronti dei giovani e di contenere le proprie ansie e quelle dei giovani che crescono. La manutenzione professionale di questo gruppo rappresenta il centro motore del progetto educativo di istituto, il modo in cui una leadership senza gerarchia impersonata dal gruppo stesso vive e produce conoscenza per se e per gli allievi.
Questo complesso di metodologie si configura come nuova tecnologia educativa, ossia una organizzazione del lavoro che supera l’organizzazione che fino ad oggi ha retto la scuola che è sostanzialmente l’organizzazione di una serie di artigiani che non comunicano tra loro, che non hanno una cultura professionale condivisa – se non la regolazione del rapporto di impiego - che restano ancorati allo statuto delle discipline accademiche e a cui non viene richiesta nessuna operazione di mediazione tra sapere concettuale e contesti d’azione.
E necessario un nuovo statuto delle discipline scolastiche che sia quello esplicito della mediazione e della capacità di incontro e non quello meramente didattico della facilitazione dei processi di trasmissione di un sapere precostituito.
Che questa nuova tecnologia non possa essere contenuta nella istituzione scuola così come la conosciamo dovrebbe essere autoevidente, tuttavia la cosa è meno evidente se consideriamo che l’impianto della scuola nel corso dei secoli e soprattutto negli ultimi cinquanta anni ha subito numerosi rimaneggiamenti ed aggiustamenti, per cui qua e là possiamo trovare traccia di modalità di funzionamento che la allontano, in modi anche radicali, dal funzionamento statutario. Tuttavia i cambiamenti che non siano sistemici sono destinati al fallimento e ad essere indissolubilmente legati alle sorti di gruppi o singole personalità molto motivate. La sfida a cui Chance vorrebbe aderire è quella di provocare sia pure localmente un cambiamento sistemico.
Quale è il nuovo contenitore per un processo educativo complesso.
In termini astratti la risposta è molto semplice e nota da tempo: dalla comunità educante, ossia da un insieme di soggetti formali ed informali che in un territorio a qualsiasi titolo interagiscono con il compito educativo.
Ma ciò che è semplice nell’enunciato è estremamente complesso nella realtà: i diversi soggetti rispondono a logiche diverse, appartengono a istituzioni diverse, spesso agiscono in modo poco consapevole. Costituire una comunità educante è quindi il compito fondamentale: una scuola può aprire i battenti per decisione di tecnici e politici che posseggono le informazioni necessarie; una comunità educante nasce solo da lunghi processi di partecipazione e condivisione.
La complessità dell’operazione viene in un certo senso sciolta dal compito stesso che si pone: l’educazione, quando viene intesa come crescita della persona e delle sue relazioni, produce legami; una specie particolare di legami che non è fondata sugli interessi, o sui rapporti di parentela, ma sulla condivisione di sentimenti ed esperienze. Sotto questo aspetto sono i giovani a provocare ed indurre lo sviluppo comunitario unendo introno a sé gli adulti responsabili e sono una risorsa per rifondare le comunità piuttosto che una emergenza a cui una comunità debole debba far fronte.
Dentro questo sistema educativo territoriale circolano nuove figure professionali che si caratterizzano per la loro capacità di attraversare numerose frontiere sociali, cognitive ed emozionali che caratterizzano il mondo del sapere e capaci di tessere una trama che lega ciascuna individualità a esperienze diverse e frammentate. Per prima cosa ci riferiamo ad una nuova figura di docente che ha una competenza complessa che si estende dalla conoscenza della disciplina e del suo statuto epistemologico, alle competenze relazionali e sociali, alle competenze cooperative. Questa figura di docente si pone in movimento insieme ai suoi allievi per ricercare, esplorare, riconoscere saperi diversi e sostiene i suoi allievi con i mezzi della conoscenza e della competenza sviluppando una particolare relazione affettiva che è quella tra allievo e maestro. La relazione educativa è stata da sempre connotata come affettiva, solo recentemente si è preteso di spogliarla di ogni connotazione affettiva cedendo ad una visione meramente cognitiva del processo di apprendimento.
La seconda e fondamentale figura è quella dell’educatore che non attraversa solo i territori del sapere ma attraversa i confini materiali tra diversi ambienti di apprendimento, ambienti che sono caratterizzati da configurazioni tanto più dense di angosce e di attese quanto più si avvicinano – nel tempo e nello spazio.- alle situazioni reali, ai contesti di vita e non ai contesti protetti dell’istruzione e della formazione.
L’educatore ha il ruolo importante di sostenere emotivamente il giovane che cresce fornendogli rassicurazioni ma anche speciali occasioni educative in cui questi possa sperimentare dal vivo le proprie reali capacità. Il luogo più tipico per l’azione dell’educatore è quella del “campo scuola”, ossia una situazione in cui i giovani devono organizzare la propria vita senza ausili familiari talora anche senza gli ausili tecnici più usuali. Questo mettersi alla prova sia pure accompagnati è fondamentale per la presa di potere su tutte le proprie facoltà. Ma al di la di queste occasioni speciali, tutti i giorni, anche nel contesto di un’aula scolastica, l’educatore impegna se stesso e il giovane a superare le difficoltà del compito, a sviluppare una serie di competenze definite trasversali, che anche se appaiono impalpabili, possono esser sviluppate e portate alla coscienza con esperienze e tecniche appropriate.
Docenti-maestri, educatori ed altre figure professionali riunite nell’unica entità gruppale, la comunità di apprendimento, si confrontano quotidianamente con la materia viva, con sentimenti ed emozioni che non sono contenibili a causa nel naturale sviluppo dei giovani, e che non sono contenibili a causa di uno sviluppo sociale che sempre di meno si occupa dell’essere e delle emarginazioni dell’umano che in esso possono realizzarsi. Il gruppo umano e professionale che si costituisce come comunità si trova quindi anche a svolgere un ruolo di contenitore e di argine rispetto ad emozioni e sentimenti dilaganti che possono travolgere non solo i giovani ma anche gli adulti che sono a contatto con loro.
Si configura in questo modo una comunità che non viene più tenuta insieme da un sistema di fortificazioni fisse: le mura della scuola, paletti ideologici di vario tipo, “valori” immobili posti a guardia delle coscienze; piuttosto viene tenuta in piedi da una difesa mobile, da un continuo pattugliamento delle retrolinee e del retrobottega dove fa i conti con le ansie, e le emozioni più indicibili. Sotto questo aspetto si tratta di una metodologia di strada, ossia una di quelle metodologie di lavoro che hanno ricevuto diverse etichette, ma tutte accomunate dall’idea che per poter incontrare l’altro occorre abbassare molto le difese che ci caratterizzano e difendono ciascuno come persona e come professionista (legame debole, servizio a bassa soglia, riduzione del danno, ascolto attivo etc..).
Se riusciamo a tenere in piedi questo tipo di contenitore, questa rete basata sull’esistenza di una comunità, allora abbiamo creato un organismo che apprende, un sistema in grado di assumere le sollecitazioni ambientali e di trasformarsi espandendosi, è possibile inventare nuovi giochi, nuove e creative combinazioni degli elementi disponibili.
I percorsi educativi integrati che abbiamo sperimentato sono il frutto di una libertà progettuale che è tanto più vasta quanto più sono solidi i vincoli che ci siamo dati, quanto più cerchiamo caparbiamente di realizzare la missione per la quale siamo stati ingaggiati: la piena cittadinanza dei giovani che ci sono stati affidati senza sconti e senza scorciatoie.
Perché il recupero e la prevenzione della dispersione di intelligenze che attraversa tutta quanta la scuola occidentale non si fa semplificando e riducendo ma alzando la posta, ripristinando l’ambizione di fra crescere i nostri giovani, di aiutarli a essere pienamente umani e non dargli solo una istruzione utilitaria. C’è una precisa gerarchia di finalità che va invertita proprio laddove sembra che i bisogni immediati debbano prevalere: occorre prima rivolgersi alla persona nella sua singolarità, poi al suo essere sociale ed infine al suo essere produttivo. I giovani che sembrano animati da una particolare ansia produttiva in realtà cercano di fuggire da una realtà che non ha significato per loro e cercano nel valore esterno che gli viene offerto a buon mercato ciò che gli è stato negato nella relazione. Lo studio e la formazione devono essere autoappaganti e non gettiti solo in funzione del futuro. Questo è possibile se la piccola comunità che si costituisce tra gli allievi e i maestri ha una vita di relazione sufficientemente significativa per ogni suo membro. Sviluppare coesione, legami di gruppo nella classe rappresenta un risultato assoluto che va perseguito con i mezzi e le tecniche adeguate. Un giovane che esca dalla scuola senza aver sviluppato un ventaglio di amicizie ed una capacità di svilupparne di nuove, non può dirsi un giovane veramente formato e le tendenze depressive o antisociali potranno prendere prima o o poi il sopravvento.
Nel Progetto Chance la comunità educante è in realtà una comunità allargata che tende ad includere gli allievi stessi come soggetti dei processi di apprendimento e non come oggetto dei processi di insegnamento; in essa cominciano a sperimentarsi forme di ‘consulenza alla pari’ e comportamenti da mentore che sono forieri di uno sviluppo comunitario tendenzialmente auto propulsivo.
Allo stesso modo prendono sempre più consistenza le azioni di sostegno alla cura genitoriale. Il genitore ancorché sconosciuto, ancorché assente, ancorché inadeguato, rappresenta comunque un punto dell’esistenza in cui qualcuno mi ha desiderato o avrebbe potuto desiderarmi. Lo sviluppo di una nuova socialità più ricca e meno legata ai rapporti di generazione non può negare l’importanza della generazione, deve piuttosto aiutare i giovani ad elaborare il proprio distacco dalle figure genitoriali che è tanto più difficile quanto più queste sono state inadeguate. Il lavoro con le famiglie lungi dal riproporre il ritorno alla familiarità chiusa vuol proporre ai giovani e alle famiglie una modalità di relazione che aiuti e sostenga la separazione lo sviluppo indipendente della propria individualità. |