Violenza cronica e traumi nell’esperienza del Progetto Chance


Queste note rappresentano la redazione di un lavoro collettivo di riflessione condotto dagli educatori, dalle mamme sociali e dai docenti del gruppo Chance della zona orientale di Napoli, sotto la guida della psicologa del modulo.
La parte riguardante la reazione dei ragazzi al trauma dell’uccisione del padre di E. è stata discussa anche in uno dei seminari psicologici che costituiscono strumento di formazione per l’intera équipe cittadina  del Progetto.

  1. Una delle principali caratteristiche dei drop out che lungo questi anni hanno trovato rifugio e ospitalità nelle sedi del Progetto Chance è quella di vivere dentro famiglie che sono- nella stragrande maggioranza dei casi- contenitori precari, imprevedibili, oppressivi e paurosi. L’elenco dei descrittori di tale situazione è presto fatto, e rimanda sia a fattori individuali (natura delle persone e delle loro relazioni) che a fattori antropologici (le “usanze del paese”): abuso di droghe e alcool da parte di padre, madre o fratelli; stati mentali più o meno patologici, con particolare incidenza della depressione nelle madri; pratica delle percosse lungo la piramide gerarchica della famiglia (padre- figlio maschio- fidanzato della figlia); detenzione in carcere o agli arresti domiciliari di padre, madre, o fratelli, con conseguente frequentazione (dalla più tenera infanzia) delle carceri d’Italia per i colloqui; fidanzamento precoce più o meno coatto delle ragazze, il cui controllo viene affidato al giovanotto prescelto e alla di lui madre (la “gnora”). Il potere consegnato dai genitori al fidanzato è comprensivo della eventuale proibizione alla ragazza di continuare gli studi, o dell’invasione costante dello spazio scolastico; si è verificato il caso di una ragazza quattordicenne che teneva il cellulare costantemente acceso cosicchè il fidanzato (agli arresti domiciliari) potesse controllare tutto ciò che veniva detto da lei e attorno a lei; una novità antropologica che avremmo preferito non scoprire è la variante locale del burka, cioè i morsi in faccia che il fidanzato infligge alla ragazza, specie se bella, in modo che, sfigurata dai lividi, venga sottratta agli sguardi degli altri maschi. Tra i connotati di violenza implicati da una situazione economica e sociale perennemente precaria voglio citare solo la mancanza- dentro uno spazio domestico sovraffollato e turbolento- di uno spazio per sé e per le proprie cose (un ragazzo teneva i suoi splendidi disegni appesi dietro l’anta dell’armadio dei vestiti).
  2. Questo elenco di fatti, piuttosto spaventoso, per noi in realtà ha scarso significato, perché ciò che ci ha sempre interessato sono le persone delle ragazze e dei ragazzi che abbiamo accolto, con tutte le loro ferite. I fatti restano sullo sfondo: abbiamo via via imparato a non usarli in maniera deterministica per spiegare, ma a scoprire insieme ai ragazzi le maniere per poterli pensare e raccontare, iniziando così a medicare qualche ferita
  3. Che cosa rappresenta Chance per i ragazzi? Da subito, ha assunto i connotati della casa: lo dice il tipo di attaccamento che hanno sviluppato, la fedeltà e nostalgia per gli spazi, gli oggetti, i rituali, oltre che per le persone. Poi, è stato molto spesso un teatro, dove i ragazzi vengono intenzionalmente a mettere in scena emozioni e drammi, e si ha l’impressione che lo facciano nel senso catartico del teatro delle origini. Non sempre è facile individuare la “messa in scena” al di sotto di comportamenti apparentemente solo perturbanti o distruttivi, ma se si riesce a farlo il significato nascosto si dispiega, con grande vantaggio di tutti. Il dramma rappresentato esige che i suoi destinatari collaborino ad una agnizione, altrimenti il groviglio rimane irrisolto.

 Lello , a 15 anni, era sicuro che il suo dovere fosse di uccidere l’uomo per il quale la madre aveva abbandonato da un giorno all’altro i suoi cinque figli. E’ una ferita immedicabile, che impedisce di vivere, figuriamoci di andare a scuola.Il padre lo accompagnava tutti i giorni sotto la scuola, insieme alla sorella, e loro se ne andavano, lui spesso scappava dalla madre, che desidera disperatamente riavere con sè.
Accetta di iscriversi a Chance, partecipa alle feste dei primi due giorni. Il terzo giorno,quando si formano i gruppi di lavoro, dichiara che non può stare nello stesso gruppo con la sorella (che ha un anno meno di lui e in famiglia svolge il ruolo di madre vicaria). Il quarto giorno porta a scuola un quaderno dove ha scritto la storia della sua vita, spezzata in due dall’abbandono della madre (“Io sono nato, e poi mi odiano; vorrei morire ma non subire”). Nella stessa mattinata passa all’esterno dell’aula dove sta la sorella e mostra dalla finestra un coltello. Più tardi, nel cortile, aggredisce e picchia uno dei ragazzi che stanno nel gruppo della sorella, che viene immediatamente ritirato dalla scuola. La comparsa del coltello e la concomitante scomparsa della vittima fanno aleggiare la fantasia che sia stato compiuto un omicidio: immediata si instaura  la contro-reazione di espulsione, o almeno di severa punizione, del colpevole. Fortunatamente niente di tutto ciò accade. Un colloquio con la tutor, che insieme al ragazzo scrive un nuovo capitolo della sua biografia; una lettera alla madre dell’aggredito (questa la scrivono anche tutti gli altri ragazzi) perchè torni sulle sue decisioni; un colloquio col padre (che aveva subito ritirato il coltello): la rottura è evitata, e dopo una settimana il ragazzo aggredito rientra, festeggiato da tutti. La prima grave crisi di Chance viene dunque elaborata e riparata con generale soddisfazione, nonostante l’inesperienza di tutti (erano i primissimi giorni di otto anni fa); il suo significato emergerà solo poco alla volta. Non finisce di meravigliare la rapidità della sequenza di atti che ad una lettura “scolastica” avrebbero mostrato soltanto il carattere asociale di Lello, e che all’opposto svelavano la profondità del suo coinvolgimento emotivo in una rete di rapporti instaurata da così pochi giorni : il quarto giorno di scuola Lello porta in dono alla sua tutor la sua storia , e contemporaneamente mette in scena, come Amleto, il dramma della sua vita. Perchè la esibizione del coltello è esattamente una rappresentazione: come capiremo via via, il bisogno di vendicare l’offesa, e di salvaguardare l’onore suo e del padre, si è trasferito sulla sorella e su tutti i maschi che l’avvicinano. A differenza della scuola normale, cui Lello non si accostava nemmeno, la scuola Chance è stata vista subito come possibile teatro di questi sentimenti. L’aggressione al compagno segnala però anche quanto sia forte in Lello la spinta a portare tali sentimenti dal livello simbolico della narrazione e della rappresentazione a quello dell’azione.

  1. Questa dinamica, che abbiamo osservato e analizzato ripetutamente nel corso degli anni, ha subito un’evoluzione preoccupante nell’ultimo periodo, in relazione all’ultimo, e forse più spaventoso, dei “fatti”, e cioè che la violenza cronica di questi contenitori famigliari è inscritta a sua volta in una violenza più grande, quella dei sistemi criminali che stringono in una morsa sempre più feroce gli habitat di migliaia di persone. Così che genitori incapaci di offrire ai figli la sicurezza e protezione necessarie nell’ambito famigliare, sono esposti e vittime a loro volta di uno stato permanente di minaccia, ansietà, terrore provenienti dall’esterno; i descrittori è inutile elencarli: basta leggere le cronache quotidiane sui giornali. Quello che i giornali non dicono mai è come vivono tutto ciò bambini che crescono tra  sparatorie, perquisizioni improvvise, arresti, rituali di vendetta e di morte. Questa realtà è presente in Chance dall’inizio, ma negli ultimi anni è entrata nella sua vita con la violenza del trauma. Nel 2002 viene ucciso il fratello di una ragazza. Nel 2004 viene ucciso il padre di un ragazzo; questa volta l’intero gruppo dei ragazzi e degli adulti viene investito dal trauma come da un ciclone. Ne fu fatto e discusso allora questo racconto a più voci.
  2. “La scuola è quasi vuota, e tale rimarrà per tutta la settimana: non più di sei, sette, otto ragazzi sono presenti ogni giorno. Anna in particolare resterà assente per due settimane, ma di lei parleremo più avanti.

Spazi di parola

(Amalia e Rita, docenti)

Due giorni dopo, nell’assemblea del mercoledì, una docente afferma che a volte vengono uccise persone innocenti. La risposta dei ragazzi è drastica: se uno viene ucciso è perché qualcosa ha fatto, perché -dice uno- “’a camorra te dà sempe n’ata chance”. M., che abita accanto ad E. ed ha l’abitudine di accorrere subito a vedere i cadaveri, risponde a monosillabi, senza espressione sul viso. Tutti si dichiarano certi che E. non tornerà a scuola.
Alcuni ragazzi chiedono di andare al funerale. Riusciamo a dire che la proposta è apprezzabile, ma forse non opportuna; è una questione tragica e delicata: si sarebbe trattato di un funerale blindato. C’è un silenzio lungo su quella parola. Allora gli occhi di R. si infiammano, come le succede quando parla di cose che le stanno molto a cuore. Dice che possono scrivere ad E. 
Caro E., sono R . Ti scrivo per farti sapere che per quello che è accaduto sto male, perché ti voglio un mondo di bene come lo voglio a tutti; è capitato a te, ma mi sembra di averlo io un problema come questo perché tu sei come noi. Senti ti prego ora lo so che non mi ascolti, ma sappi che ti vogliamo tutti bene e ti staremo sempre vicino perché sei entrato nel mio cuore.
Ora ti lascio con la penna ma non con il cuore. Ti prego passato del tempo non abbandonare la scuola perché ci manchi tantissimo.
 ti voglio bene tanto tanto
da R. sei nel mio cuore
Anche M. accetta di scrivere:
Caro amico mio,
ti scrivo per stare più vicino a te e spero che tu vieni a scuola perché tutti ti aspettano, tutti vogliono vederti. Spero che tu vieni al più presto. Ciao  M.
Il gruppo al quale appartiene E. si riunisce con la docente tutor nello spazio esterno all’ingresso, anche per permettere a L. di fumare. E’ appoggiato al muro e fuma in silenzio (suo padre è stato arrestato qualche tempo prima); poi comincia a raccontare episodi di “giustizia esemplare”, che andava fatta perché nella camorra non si può tradire; dice che adesso si “sbaglia” di più, prima la legge di mezzo la strada era ferrea…si riferisce ad E.: “professoré, se lo facessero a papà i’ pigliasse ‘o kalashnikoff e sparasse a tutte quante”. Ha un’aria molto vendicativa. La docente tutor gli chiede se sta in pensiero per il padre. “Professoré, papà non mi ha mai detto niente, ma io ho capito sempre tutto, perché vedevo le cose, i soldi (fa segno che erano molti), sapevo ‘e cose ca faceva, ma isso me spezza ‘e cosce se sape ca i’ sto miez’a via”. Dice che gli dispiace per E., ma se lo dovevano aspettare, la camorra non perdona lo sgarro. Alla domanda chi è per lui la camorra risponde: “Professoré, i’ apprezzo ‘o cammorrista ca se fa rispettà, ca nun è vigliacco” e racconta di un giovane capo che ha avuto il coraggio di sparare personalmente alla sua vittima, guardandola negli occhi. Parla velocemente, è rosso in viso, esaltato.

La presenza della morte

Non solo nelle assemblee e nei gruppi tutoriali- spazi dedicati alla parola- ma in tutti i momenti della vita scolastica quotidiana, si percepisce la presenza della morte.
C. (il cui padre qualche tempo dopo sarà “incidentalmente” investito restando a lungo in coma) dichiara di voler morire mentre sta copiando l’immagine di un drago, al quale aggiunge una lingua di fuoco che esce dalla bocca; dice poi che non vuole tornare a casa, ma andare a dormire nel parco del laghetto, dove L. dichiara di aver dormito una notte durante l’estate. M. commenta che dal laghetto si vede il cimitero. L. si sdraia sui tavoli e assume la posizione di un cadavere.
G. parla di un fratellino morto a pochi mesi di polmonite, del dolore che sua madre tuttora manifesta, del fatto che adesso quel bambino avrebbe un paio di anni di più di lui.
T. racconta della sua infanzia, delle lunghe carcerazioni del padre e degli interventi chirurgici che lei ha subito, da piccola, all’occhio. Si sofferma sulla fatica della madre, sugli stenti per tirare avanti con tanti di loro, tutti piccoli.
A., infine, esordisce con un lungo sospiro: “Io aggio ‘a ringrazià a patemo si songo nata!”. Racconta di un aborto precedente la sua nascita, un aborto che la mamma aveva scelto di procurarsi. Poi la mamma era rimasta incinta di nuovo, e questa volta il padre aveva voluto fermamente che la moglie portasse avanti la gravidanza. Il padre, poi, era stato arrestato. Lei era nata qualche mese dopo.
E’ evidente che i ragazzi stanno approfittando del trauma violento per ricordare e raccontare dolori e violenze più antichi e personali.

La paura della morte

Quando E. torna a scuola, si nota da parte dei compagni un atteggiamento tendente a isolarlo. La prima assemblea dopo il suo rientro (quel giorno però è di nuovo assente) registra una situazione di grande tensione e difficoltà a parlare.
I maschi rifiutano l’assemblea e si chiudono nell’aula della mensa.

(Annamaria, docente)

Quando la docente tutor di E. tenta di parlare alle poche ragazze rimaste in assemblea del suo rientro Anna, che è tornata  proprio quel giorno, esclama “ ah, professoré, allora quello che hanno ucciso era il padre di E.! Mamma  me l’aveva detto…”
Poco dopo  Anna fa uno scatto dalla sedia, scappa fuori e va nel bagno; mamma Patrizia le va dietro, e rientra dicendo che Anna. ha chiesto di  parlare con la sua tutor. Annamaria va incontro ad A. che sta piangendo a dirotto, la abbraccia e la porta in sala docenti:“Anna cosa è successo, all’improvviso?” “professoré, ho paura che pure mio padre fa la stessa fine” “A., ma che dici, papà non sta in carcere?” “si, ma quando esce lo aspettano, e sicuramente lo uccidono.” E continua a piangere a dirotto.
Annamaria ammutolisce, si sente addosso il peso di una responsabilità troppo forte: deve calmare la ragazza, ma non può negare, tanto meno sottovalutare ciò che sta dicendo, che è la verità: é la prima volta che un ragazzo dice così chiaramente e con tanta angoscia il pericolo a cui é esposta la sua famiglia. La tutor timidamente avanza una ipotesi di via d’uscita: “No, professorè! Non se ne può più uscire, ormai l’ha fatta la scelta, quelli lo aspettano. Ci doveva pensare prima a non mettersi dentro, non ha scampo.” E continua a piangere.
La tutor è sempre più in difficoltà, sente che la sua impreparazione è totale, ma questa ragazza si sta affidando, non si può disilluderla: parla di un cambiamento di città.“ è difficile, lui aveva avuto la possibilità di farlo, ma non ha voluto trasferirsi; ora anche mamma non se ne vuole andare.”
Annamaria invita la ragazza a pensare alla propria vita, a cercare di fare delle scelte giuste. A. parla di lei e del fidanzato, che se ne vogliono andare, e lavorare onestamente.
Piano piano A. si è calmata, ha smesso di piangere; parlano un altro po’ dei progetti futuri e poi si ritorna alle attività scolastiche; A. è sicuramente più serena, ma la tutor è sicuramente più agitata…….

Rappresentazioni
(Patrizia e Tonia, mamme sociali)

Dopo la morte del padre di E. abbiamo visto i nostri ragazzi cambiare.
A partire da gennaio i ragazzi hanno evidenziato in maniera sempre più esplicita il loro riferirsi al sistema camorristico, soprattutto inscenando rappresentazioni di modi e vissuti.
Un giorno, mentre gli altri ragazzi stavano facendo l’assemblea, quattro di loro hanno inscenato nell’atrio un drammatico fatto di violenza: una esecuzione di morte verso una persona che aveva tradito il clan. (E. in quel periodo mancava da scuola).
Tre di loro si sono seduti uno dietro l’altro sopra due sedie, che per loro in quel momento erano una moto di grossa cilindrata, uno, F. era il bersaglio che doveva morire.
G., L. e F. hanno fatto finta di annusare droga, poi si sono messi alla guida della moto e hanno assunto un’espressione e atteggiamenti del corpo che esprimevano violenza e spietatezza.
Correvano veloci e con la voce simulavano il rombo della moto, arrivati al bersaglio hanno chiamato il “traditore” e hanno sparato (sempre con la simulazione della voce, e impugnando la maniglia con il perno di ferro in avanti in modo che sembri  una  pistola) dicendo “Omm ‘e merda, hai sbagliato e adesso devi morire”.
Un’altra volta hanno rappresentato un interrogatorio al commissariato, nel quale l’interrogato subisce botte e violenza perché non vuole fare il nome del compagno, e di questo poi si vanta.
Un compagno viene invitato a fare l’avvocato difensore, e anche lui si mette a picchiare l’interrogato per farlo parlare. Altri compagni nelle vesti di poliziotti inseguono e catturano il complice e lo picchiano. A questa rappresentazione finiscono per partecipare tutti i maschi, i quali si distribuiscono le varie parti.
Dai nomi con cui chiamano i poliziotti capiamo che stanno rappresentando qualcosa che hanno vissuto dal vivo.
Nello stesso periodo la caccia e il possesso delle maniglie delle porte, che chiamano “ferro” (pistola nel gergo), prende sempre più l’aspetto di una presa di potere, il potere di un boss.
Anche quando i ragazzi parlano tra di loro nei momenti di pausa e di rilassamento, i pensieri rimangono concentrati su questi vissuti, non possono tradire la loro appartenenza, raccontano senza distinguere ciò che è giusto è ciò che è sbagliato. Noi ascoltiamo senza intervenire e senza giudicare, al massimo facciamo qualche domanda, alla quale rispondono confermando il loro punto di vista. Questo ci mette molto in difficoltà.

Riparazione

(Fiorella, docente coordinatrice del gruppo)

Il “gioco” delle maniglie (strapparle dalle porte, nasconderle e usarle come pistole) e delle rappresentazioni violente continua, finchè viene il momento di affrontarlo in un’assemblea straordinaria.
E’ lunedì mattina, i ragazzi arrivano alla spicciolata.
Quando si è raggiunto un buon numero di presenze, entro nella stanza ed annuncio ai ragazzi che si terrà un’assemblea straordinaria perché ci sono molte cose da discutere. I ragazzi si guardano ma non fanno alcun commento. Prendo la parola e comincio a raccontare degli anni passati a Chance, delle difficoltà che tutti gli operatori  ed i compagni che li hanno preceduti, molti dei quali anche loro fratelli e sorelle, hanno dovuto affrontare a causa delle precarie condizioni dell’edificio scolastico: la mancanza di infissi che ci aveva costretto a lavorare al freddo, le porte rotte, i bagni fatiscenti, fino alla chiusura della scuola in pieno anno scolastico.
Racconto la gioia dell’inaugurazione dell’edificio ricostruito lo scorso anno e la determinazione di tutti a non farsi più distruggere la scuola.
Tutti ascoltano, M. dice qualcosa rispetto alle scritte sui muri, alle maniglie scomparse, ad alcune porte rotte.
A questo punto, rivolgendomi a loro con un tono molto determinato, dico che non siamo più disposti a tollerare atti di vandalismo, che saranno effettuati tagli, non soltanto simbolici, sulle paghette per contribuire alla riparazione dei danni.
Supportata dai colleghi, ribadisco che non saranno più consentiti comportamenti che mettono a rischio la loro incolumità, come l’abitudine di alcuni a salire sul tetto.
M. fa qualche battuta riferita all’episodio in cui era comparsa una pistola. Allora io rimando dicendo che tutti i docenti e gli operatori hanno molto a cuore il benessere dei ragazzi e non possono tollerare situazioni di pericolo che, se dovessero ancora verificarsi, sarebbero prontamente punite anche con l’allontanamento immediato dalla scuola.
A questo punto invito i responsabili della scomparsa delle maniglie a restituirle alle mamme.
Conclusa l’assemblea, i ragazzi si avviano in classe.
M. si allontana dalla scuola, ritornerà poco dopo portando qualcosa in tasca.
Come per miracolo, ricompaiono le maniglie ed i perni: V. si offre di sistemarle e, mentre i compagni fanno lezione con insolita tranquillità, passa la mattinata ad aggiustare le porte.
Come spesso accade a Chance ogni situazione non è mai definitiva: sono di nuovo scomparse le maniglie!

E. scrive
(Amalia, docente)
Voglio ricordare che quella mattina E. fu messo, come tutti, di fronte a più di una traccia di tema. Tra queste c’era “Caro papà, …”
Io non potevo sapere se fosse arrivato il momento di aprire lo spazio della scrittura al suo dolore. Tuttavia era mio compito ricordare – a tutti – che l’indomani il calendario avrebbe imposto la Festa del papà e che noi, a scuola, non potevamo dimenticare questa ricorrenza, dal momento che evocava fatti tragici e dolorosi.
E. scrisse.
Caro Papà,
scrivo questa lettera per dirti che mi manchi moltissimo mi hai lasciato un vuoto incolmabile lo so che questa lettera non la potrai mai leggere o forse sì il destino è stato molto crudele con me con te e con tutti noi. Mamma non riesce a trattenersi quando viene al cimitero ma io non mi sfogo con nessuno tutte le mie emozioni le sto scaricando proprio adesso a volte penso tutte le cose belle che abbiamo fatto insieme. Ti ricordi quando mi hai comprato il cavallo. Io ti avevo detto papà mi compri il cavallo e tu mi hai risposto di no ma poco dopo mi hai chiamato dalla finestra e mi avevi portato il cavallo. Adesso ti saluto con queste poche lettere dicendoti ti voglio un mondo di bene by tuo figlio E.
Poi E. disegnò  e scrisse: Questo è il segno del male per me rappresenta la guerra e a me mette molta malinconia.

 

E. racconta

(Fortuna e Rosanna, mamme sociali)

Oggi 4 maggio dopo la mensa ci siamo ritrovati tutti in un’aula, in attesa degli esperti di laboratorio: io e mamma Rosanna e dieci ragazzi. A. e M. si mettono a parlare di sedute spiritiche: a questo punto E. dice “mamma Fortuna, vi voglio dire una cosa”.  Inizia a parlare:“ O sapite ca i’ veco sempe a pateme p’a casa, int ‘o specchio, quanno me vesto, ‘o sapite, i’ nun me metto paura, però quanno stongo i’ sulo me fa nu poco ‘mpressione, ma creriteme, è overo, i’ o veco…ma pecché?”
Mi accorgo che nella classe è sceso uno strano silenzio, che i ragazzi guardano e ascoltano il loro amico, come a dire “finalmente sta parlando”.
Cerco di rispondere a E. cercando di non causargli altro dolore con le mie parole; così gli dico che anch’io ho perso mio padre quando avevo la sua età, in circostanze diverse, ma che ancora lui mi manca e nei momenti difficili il primo pensiero è per lui. E. mi guarda e mi ascolta con un viso dove leggo tutto il dolore ma anche tutto l’amore che ha per il padre. Ha iniziato il suo racconto dicendo che quando si stende sul divano sente la mano del padre sulla spalla, che quando la sera prima di andare a dormire saluta la sua foto con un bacio avverte un brivido lungo il braccio. Arriva poi alla mattina dell’uccisione. “Mamma Fortuna, io avevo la febbre alta e stavo a letto, quando mia madre gli ha chiesto di andare a comprare delle cose che le servivano lui ha accettato dicendo che si sarebbe trattenuto in giro, come al solito. Mentre rientrava lo hanno ucciso”. Aggiunge che ogni mattina uno zio andava a casa a salutarlo, e lui rispondeva “aggia campato n’ato iuorno”.
Poi E. ha detto che lui stava male perché era venuto a sapere che gli omicidi erano due ragazzini, perché era ossessionato dall’idea che questi andassero insieme agli altri sulla tomba del padre: che cosa doveva fare se li avesse riconosciuti? Prima che possa rispondere, L. dice di essere certo che suo padre quando uscirà dal carcere farà la stessa fine di quello di E., dichiara che lui aspetterà, ma prima o poi li farà fuori a sua volta. In un silenzio sempre più profondo, M. risponde a L. dicendogli che non deve parlare così perché può fare solo del male all’amico, ma che invece deve confortarlo. Sono presa da una forte emozione, così mi rivolgo ad Enrico dicendogli che non avrebbe mai dimenticato il padre e che le ferite non si sarebbero chiuse, ma  doveva cercare di pensare all’amore che provava per lui, e questo gli avrebbe dato la forza di proseguire per la sua strada cercando di imboccare quella giusta. A questo punto M. mi prega di smettere perché lui non resiste più. M. si alza e quasi piangendo va verso E. abbracciandolo, mentre io sento il bisogno di stringere forte L., che ha abbassato la testa.

Il gruppo riflette

 

Non siamo al primo omicidio, nella vita  del modulo di S.Giovanni-Barra, ma questa volta il trauma ha investito in pieno l’ intero gruppo dei ragazzi, parecchi dei quali hanno riconosciuto immediatamente nel dolore del compagno la propria angoscia per la sorte dei rispettivi genitori. Mentre nell’episodio precedente si era  messa in opera una strategia tendente a creare un “cordone sanitario” attorno a S. per proteggere lei, ma anche i compagni (e  probabilmente noi) dalla sua stessa furia distruttiva, allontanandola da Napoli per darle l’opportunità di vivere il lutto in un ambiente più sereno e neutro, questa volta  lo spazio Chance e tutti i suoi abitanti sono stati coinvolti in una quotidiana, dolorosa elaborazione collettiva.
Come sempre, e più che mai, i momenti della riflessione psicologica sono stati decisivi per aiutare il gruppo degli adulti a orientarsi in un viluppo così tormentoso di emozioni: rabbia, angoscia, paura, desiderio di vendetta; a creare dentro di sé uno spazio per accoglierle, in modo da offrire ai ragazzi uno spazio per tradurle in parole e pensieri. Ecco alcuni dei nodi che abbiamo tentato di capire.

    • la paura del contagio: la solidarietà e com-passione  verso il compagno sono frenate da qualcosa di profondo  che spinge a isolarlo, al suo rientro a scuola, come se il contatto fisico con lui fosse pericoloso. Il pericolo è la fragilità e impotenza dell’orfano di una vittima, che alimenta l’angoscia degli altri potenziali orfani delle prossime vittime. La prima reazione è dichiarare la sicura colpevolezza della vittima, perché “la camorra dà sempre una chance”: questa fede nella giustizia del tribunale criminale è una prima difesa, un lasciare aperto un margine di speranza per i propri padri. Col tempo, nel pianto di A., nelle parole di L. emergerà la consapevolezza sconsolata che neanche per i loro padri ci sarà un’altra chance.
    • l’identificazione col padre: la disperazione di Anna cumula l’angoscia per il padre all’angoscia per sé stessa: “c’è una via di scampo per me?”. Per E. e gli altri maschi la via di scampo è rappresentarsi come vendicatori, identificandosi con la legge del sistema criminale
    • la rappresentazione: il furto delle maniglie e la trasformazione d’uso in pistole, le scene di vita vissuta si situano a metà strada tra il gioco teatrale e il tentativo  di un  embrionale comportamento da banda, nella quale il ruolo di leader- non a caso- è agito dal più debole di tutti, M., quello che crollerà nel momento in cui E. si decide a parlare. Nel gioco teatrale ciò che viene rappresentato è il proprio destino: l’arsenale ereditato dal padre, l’arresto, le botte, la morte.  La domanda implicita è: voi che fate? Come sapete contenere tutto ciò? Questo provoca molta sofferenza agli adulti.
    • la malinconia: E. ha sempre amato il chiaroscuro perché -spiega nel colloquio d’esame- dà un senso di malinconia. E. sta pericolosamente in bilico, tra l’attrazione per la forza e la vendetta, e il desiderio di spazi dove poter essere triste e piangere il proprio padre.”
    • L’interrogativo che il trauma della morte del padre di E. ci ha lasciato è rimasto e rimane aperto: fino a che punto la rappresentazione, il gioco, rimangono tali, e sono quindi strumento di elaborazione e riparazione, e quando invece diventano agiti che fanno crescere l’eccitazione in una spirale pericolosa? Fino a che punto la rete di figure adulte (educatori, non terapeuti) che il Progetto ha costruito attorno a questi ragazzi può reggere l’urto e continuare ad esercitare la funzione di contenimento? Il gruppo di ragazzi dell’anno successivo (2005) ha trasformato questo interrogativo in un’esperienza angosciosa: perfino le mamme sociali, che in tutti questi anni erano state in qualche modo figure “sacre”, hanno sentito contro di sé il peso di un agito sempre più diretto e violento, come se dentro questi ragazzi non ci fosse più spazio per un oggetto sufficientemente buono. Su sedici ragazzi, tre hanno il padre morto ammazzato; altri vivono in famiglie “blindate”.                                       E l’interrogativo finale, sul quale ci arrovelliamo, è: di tutto questo, che cosa resterà? Ci sono voluti anni per abbandonare ogni illusione di “salvare” , “cambiare destini”, ma rimane legittima la domanda se, e che cosa, il nostro lavoro realmente cambia in queste vite.
    • Anna ha continuato gli studi dopo la terza media, in un percorso sperimentale sostenuto dai docenti del Progetto Chance. Il pianto dirotto dopo l’uccisione del padre di E. ha aperto la possibilità di un racconto che non si è interrotto nel nuovo contesto, anche se non conosceva i nuovi compagni. Ha detto che non riesce ad andare al colloquio col padre in carcere, ma gli scrive continuamente; ha raccontato un sogno: il padre tornava a casa, ma invece di andare nella stanza della madre, andava in camera sua. In una discussione ha detto che non è vero che le ragazze ammirano i boss, lei in particolare vuole un ragazzo onesto: poi ha precisato che può capitare di innamorarsi della persona sbagliata, come ha fatto sua madre. Nei fatti lei, che per la prima volta vive il contesto naturale e normale di un gruppo di adolescenti, si innamora dei compagni di classe: ma la madre l’ha fidanzata a tredici anni a un giovane di cui non le importa granchè. Le docenti sostengono il suo diritto ad essere ragazza e a vivere la propria adolescenza come le altre. Ma la madre, guardandole dritto negli occhi, dichiara che il fidanzato non si droga e lavora onestamente: cioè è l’esatto opposto di suo marito. E tanto basta: è il suo modo di proteggere la figlia, la quale con una sua parte aderisce a questa difesa, con l’altra continua ad innamorarsi dei compagni. L’adolescenza per tutti è guadare un fiume turbolento, per questi ragazzi è guadare il fiume turbolento in zona di guerra sotto il tiro del fuoco nemico. Il docente di religione accompagna i ragazzi in un percorso simbolico attraverso la città, che si conclude con la visita a una comunità di tossicodipendenti. Nel colloquio di verifica i ragazzi che hanno in famiglia problemi di droga si lasciano andare a dolorose, importanti riflessioni. L’ultima è quella di Anna: “Io, a mio padre non gliela perdono”. E’ il confronto diretto con una figura reale, non idealizzata, non edipica; una tappa importante in un percorso di crescita così difficile, nel quale l’aver potuto usufruire della buona qualità dell’incontro con Chance ha introdotto una possibilità: di pensiero, di parola e, chissà, forse anche di scelta.

     

 
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